Poche api tante celle reali

Il 25 aprile ho visitato le mie api, stanziali nell’apiario nella Bassa Friulana perché non trovo più il tempo e le forze per portarle sul Collio Goriziano come quando ero più giovane e facevo l’acacia e il castagno. Ho 4 alveari adesso, in quanto dei sette presenti a ottobre, due sono morti durante l’inverno e uno l’ho trovato orfano il mese scorso ed ho unito le api rimaste all’alveare a fianco.

La situazione è  che l’alveare non è tutto occupato dalle api, ce ne sono poche ma ci sono tantissime celle reali. La sciamatura naturale delle api dovrebbe accadere quando l’alveare ha tantissime api, cioè con tutti i 10 telaini occupati, e con api spesso su due strati, tante ce n’era una volta, ma ormai non è più così.

Mi sembra impossibile che le poche api presenti possano sciamare, mi chiedo: se non ci fosse stato il mio intervento sarebbe semplicemente stata sostituita la regina? peraltro le regine non le ho viste, eccetto una, forse erano già dimagrite per il volo di sciamatura. Mi rimane anche il dubbio che siano già sciamate, seppure ci sia covata di un giorno a dire il contrario.

Ho fatto varie ipotesi, morte anticipata e massiva delle api invernali per mancanza di fioriture autunnali che ne consentano l’allevamento o per il ritorno anomalo di freddo di marzo dopo un inverno insolitamente o solitamente caldo, avvelenamento da semine o bottinatura sui frutteti dove si continua a trattare con antiparassitari anche in fioritura (i tecnici agrari dicono che così i frutteti abortiscono una certa percentuale di fiori e le rimanenti mele risultano più commerciabili, era scritto sulla rivista dell’Ersa) oppure/anche, a mio avviso, c’è un effetto avverso dell’ossalico gocciolato d’inverno, perché gli anni in cui non lo ho usato non ho mai avuto mortalità invernale, ho paura che l’acido ossalico gocciolato d’inverno contro l’acaro varroa abbia effetti molto negativi sulle regine. Oppure tutti questi effetti assieme.

Lo stato degli alveari era quindi questo:

  • su 9 telaini non completamente coperti però
  • celle reali di circa 4-5 giorni

Intervento: prelievo di due telaini per alveare e sostituzione con già costruiti (viste le poche api spero vengano riempiti subito di covata), di quelli con celle reali, stando attento a non asportare la regina invisibile, per ricavarne due nuovi nuclei da 4. Ho deciso di tenere tutte le arnie su nove favi nella speranza di riuscire a fare un po’ di miele, meno spazio hanno sotto e più dovrebbero salire a riempire il melario (ma sotto serve spazio per allevare la continua covata di api che vanno a sostituire quelle che muoiono, il bravo apicoltore deve essere bravo e con uso del sesto senso deve creare un giusto equilibrio tra api e sé stesso per raccogliere un po’). Non farò altre visite per rimuovere le celle reali, rischierei di orfanizzare le colonie. Però sento la necessità di fare un altro paio di nuclei, rimanderei a giugno visto che lo stato degli alveari non permette ulteriori prelievi di favi adesso, così al posto dei telaini prelevati metterò quelli nuovi per il ricambio della cera. Dovrei anche sostituire le regine, ma visto che è una ventina di anni che non lo faccio, confidiamo nell’autoproduzione delle api.

Per quanto riguarda il miele scordiamoci i melari pieni di miele di tarassaco o di colza, gli alveari avevano un paio di telaini ciascuno abbastanza pieni ma non opercolati, quindi non li ho raccolti.

Visitando il sito del consorzio apicoltori di Udine ho letto l’ultimo comunicato tecnico che conferma che la mia situazione è diffusa tra tutti gli apicoltori di pianura.

Stando a casa visto il caldo di questi giorni ho già sciolto con la sceratrice solare tutti i favi degli alveari morti, mi rimarrà la bollitura della cera grezza ottenuta per ottenere dei bei panetti di cera. Il problema è che dovrei fare la bollitura in cucina, e avendo appena regalato il piano cottura a 5 fiamme nuovo (e un bel forno grande) alla moglie penso che eventuali macchie di cera non sarebbero tollerate, mai fare arrabbiare la moglie e le api, pungono! (nel flusso di coscienza m’è venuta voglia di un bel tortino di ricotta, cipolla e zucchine).

Dovrò controllare i nuclei per vedere se c’è deposizione nel telaino costruito in più che ho messo, ciò vorrebbe dire che ho asportato per errore una regina, e quindi il nucleo deve essere trasferito dall’arnietta in polistirolo in un’arnia in legno da 10.

Di buono c’è che da un po’ di anni non ho più visto la presenza di covata calcificata, non so se per la mia abitudine di sostituzione annua di 4 fogli cerei ad alveare o perché le regine si sono selezionate da sole allontanandosi dal ceppo originale di ligustica.

Ultimo lavoro delle api, tagliare l’erba alta con la falce vecchia del bisnonno della moglie, il che per un nato in città come me è sempre un rebus, questa erba che si piega e non si taglia…

 

 

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La Comunità Europea ha vietato i Neonicotinoidi, speranza per le api?

La Comunità Europea ha vietato l’uso sulle coltivazioni dei Neonicotinoidi, pesticidi per il controllo degli insetti, che hanno anche la controindicazione di uccidere le api.

Ciò però dal prossimo anno.

In effetti le api hanno gravi problemi in ambiente di monocoltura cerealicola, ma rimango pessimista in quanto l’industria agricola troverà nuove sostanze e diverse e poi sta proprio sparendo l’ambiente naturale adatto per le api, quasi quasi mi metto ad allevare polli da uova (ma almeno le api hanno il vantaggio di poter o dover essere lasciate da sole quando si va in vacanza in luglio/agosto).

Il problema non verrà risolto a breve, primo bisogna aspettare il 2019, secondo ci sono i residui del veleno nell’ambiente e nella cera delle api, che dovrebbe essere cambiata, inoltre c’è l’acaro varroa che ancora imperversa nonché l’arrivo di un predatore specializzato in api, la vespa asiatica, vespa velutina, inoltre i prati stabili, almeno qui al nord sono sempre più rari, sostituiti da boschi o coltivazioni, ambienti poco produttivi.

Sembrerà strano dire che il bosco è poco produttivo per le api, ma in realtà ciò è vero in quanto i boschi hanno poche fioriture e solo in certi periodi dell’anno mentre il prato stabile è una continua fioritura e ricco nutrimento alle api.

Un po’ di miele dell’anno scorso per le api

L’anno scorso avevo fatto un po’ di miele di colza, siccome piace poco agli esseri umani l’avevo congelato e verso il 25 marzo ne ho dato un chilogrammo ad alveare.

Visita in apiario di oggi, solo esterna, su cinque alveari due hanno un bel volo esterno.

C’è una abbondante importazione di polline.

Il tarassaco è abbastanza fiorito, però non sembra ancora produrre nettare, non vedo api visitarlo. Si potrebbe mettere il melario ai due alveari dal volo maggiore di api ma è prevista una perturbazione per i prossimi giorni, quindi ho ritenuto preferibile attendere, però non posso dare ulteriore miele agli alveari avendo intenzione di mettere i melari.

Attendiamo. Entrata nel campo delle api allagata, anche i trattori fanno fatica. Le api le tengo sopra un campo rialzato rispetto ai dintorni. O

La stagione mi pare abbastanza in ritardo, comunque tutti gli alberi stanno iniziando a germogliare.

Il consumatore abituato a sapori di plastica

Iniziai a farmi il miele per ritrovare i sapori della mia infanzia, pensandoci mi rende molto triste che le attuali generazioni siano abituate a nutrirsi di cibi insapori forniti dalle grandi aziende. Ad esempio non apprezzano più il sapore di un pollo ruspante, ma solo di quello di allevamento, per colazione un caffè e non una fetta di pane con marmellata o miele. Ragazzi, fatevi una cultura anche di cibi particolari, perché il cibo insapore non soddisfa, si finisce per mangiarne grandi quantità, rimanere insoddisfatti e rovinarsi la salute.

Blade Runner 2049 e le api quali simbolo della natura “esterna” il cane della natura “interna”

Siccome la famiglia non è stata molto propensa ad accompagnarmi al cinema per vedere questo film ritenendolo troppo “visionario” (leggesi “strano” 😀 ) ho atteso con trepidazione l’uscita del Blu-Ray, per me il primo Blade Runner è stato un film di culto, di quelli che ti lasciano dentro emozioni incancellabili.

Ieri, dopo il lavoro, mi sono fermato nel classico centro commerciale, però era rimasto solo un blu-ray il cui contenuto si sentiva vagare, probabilmente lasciato lì per paura che il disco si fosse rigato. L’ho dovuto acquistare perché era l’ultimo però me lo sono fatto aprire dalla cortese signora delle casse automatiche scoprendo che conteneva tre dischi di cui uno rotto. La sera ho guardato il film (più o meno, la prima mezz’ora, sfinito dalla settimana di lavoro, ho dormito) per accorgermi di una bellissima scena riguardante le api.

La terra nel film è completamente desertica non si vede nessuna pianta, di natura si notano solo delle serre dove si allevano larve di insetti a fini alimentari, gli abitanti umani e replicanti del pianeta si nutrono di cose disgustose che vengono celate da proiezioni tridimensionali.

Ad un certo punto il protagonista (il replicante, quello che compare di più, in realtà chi buca lo schermo è Harrison Ford che entra in scena nell’ultima parte) raggiunge una zona che si credeva disabitata, sempre avvolta in una leggera foschia, vento polveroso desertico, per accorgersi stranito della presenza di un’ape, che si appoggia sulla sua mano, prosegue per scorgere un apiario, una decina di casette vicino ad una specie di costruzione di nutritori per api, infila la mano dalla porticina di volo di un’arnia per trovarsi la mano coperta di api, strana cosa, mai vista da un replicante.

Il simbolismo è evidente, le api sono il simbolo della natura esterna, di quella parte di natura che fa da sé, peraltro per regalare un dolce dono agli esseri umani, almeno a chi apprezza tale dono, pochi, strani

Poi incontrerà, in un palazzo, anche un cane, a mio avviso simbolo della natura interna, della natura addomesticata, della natura che vive con l’uomo. Anche l’uomo è natura, anche i replicanti sono natura addomesticata. Bellissimo, il primo film era sull’amore per una donna (replicante o meno), questo sull’amore per i figli e sul sacrificio disinteressato.

 

 

Lavori delle api: nutrizione

Per non perdere le api per fame a fine inverno, diciamo come assicurazione, di solito metto mezzo pacco di zucchero candito per alveare, di solito circa a Natale ma quest’anno l’ho fatto solo a metà febbraio, oggi, il giorno prima di San Valentino (siccome avevo freddo alle mani mi era anche caduta la fede nel prato… per fortuna che l’ho ritrovata). Circa 1,2 kg. di zucchero candito per alveare. Questo zucchero viene consumato dalle api per allevare la nuova generazione oppure per nutrirsi in attesa delle fioriture se avessero carenza di scorte di miele. Non c’è pericolo che questo zucchero finisca nel miele perché non ci sono i melari sopra agli alveari, verranno messi solo nei primi giorni di aprile qui da me nella bassa friulana.

Ho levato i tappi di lamiera copri alveari, tolto i giornali che avevo messo per coibentazione, verificato dal foro superiore che ci fossero api, in uno non si vedeva niente, ho dato una leggera soffiata e un’ape è uscita ronzando lasciandomi la speranza che ci siano abbastanza api, l’ultimo della fila allo stesso trattamento invece non dava nessun rumore, allora l’ho aperto del tutto per constatare totale assenza di api, ho poi inserito sopra agli alveari viventi il mezzo pacco di candito dopo averlo forato, rimesso i giornali, chiuso il coprifavo e sopra di esso il tappo ed una bella pietrona per evitare danni da vento.

Poi ho preso in braccio la casetta senza api, caricata in automobile a 100 metri di distanza, accipicchia quanto pesava, dovevo portare il carrellino, e l’ho riportata a casa.

Quindi siamo, se tutto va bene, a sei alveari. Un dubbio mi rimane solo su quello dove non si vedeva il glomere di api, ma il gruppone di api poteva essere anche laterale invece che centrale e quindi fuori vista, non me la sono sentita di aprire con questo clima fresco alle ore 16.

28 gennaio 2018

All’ora di pranzo di una giornata quasi primaverile,  lungo le rive del canale era tutto un ronzar d’api  alla ricerca di polline o dolce nettare.  C’era un albero ricco di fiori somiglianti a minuscole fragole, qua e là i penduli organi d’oro adornavano i rami spogli dei noccioli come fossero tende,  bassi tarassachi s’affacciavano timidamente alla prima fioritura, solo i fiori dal collo corto e niente foglie  e gli  innumerevoli fiocchi di neve delle scarpettine viola punteggiavano l’infinita storia verde della vita. La natura immemore delle sorti degli uomini continuava imperturbabile il suo ciclo di distruzione e ricostruzione. E’ ancora inverno ma si sente l’avvicinarsi della primavera, ogni anno prima.