La scuola italiana non premia l’eccellenza e gli studenti pagano la cena agli insegnanti

Per me, in seguito ai risultati degli esami di terza media del nostro comprensorio si può riscontrare che la scuola italiana non premia l’eccellenza ma attua semplicemente un livellamento verso la media.

In tutto il nostro comprensorio non c’è stato nessun 10 come risultato finale degli esami di terza media.

Puntare al dieci richiede tantissimo studio, per la ricerca della perfezione.

Se il risultato, per coloro cui gli insegnanti avevano detto che potevano ambire al 10, fosse stato semplicemente 9, non mi ci sarebbero state lamentele, chiariamolo, a patto che quelli che avevano conseguito risultati inferiori durante l’anno avessero anche conseguito voti più bassi del 9 all’esame, come spiegherò in seguito. In ogni caso trovo poco educativa l’idea che non si dia il 10 a nessuno all’esame di terza media.

Esaminiamo questo lampante esempio:

su una classe di 15

2 erano ammessi con la media del 9,4 e potevano puntare al 10 pieno

4 con la media del 8,5

TUTTI E SEI SONO STATI AMMESSI CON IL NOVE

TUTTI E SEI HANNO CONSEGUITO IL RISULTATO DEL  9.

Il risultato è stato livellato sul nove, sul voto massimo?: portando al nove sia chi aveva l’8  e mezzo che chi aveva il 9 e mezzo?

Ciò non mi pare corretto.

Ma non solo, anche su voti medi sono state perpetrate quelle che a mio avviso sono delle scorrettezze, sono stati presentati con il sei sia quelli che avevano tutti sei ma anche alcuni che avevano alcuni quattro in pagella, e entrambi i gruppi sono usciti dall’esame con il 6. E quelli che avevano la media del 7 sono usciti con il 7.

Quindi se ne deduce che la scuola ha effettuato un livellamente verso uno studio medio, chi ha puntato all’eccellenza è stato punito in confronto agli altri, così imparerà che non era necessario studiare così tanto.

Se qualche studente leggerà queste righe non fraintenda, chi ha studiato da 10 non ha perso tempo,  perchè se avesse studiato da 8 e stava antipatico a qualche insegnante poteva anche uscire con il 7…

Studiare ti cautela sempre.

Parecchi hanno lamentato anche l’usanza che gli insegnanti  si  facciano pagare dai ragazzi la cena di fine anno, anche se dovessero essere solo 15 euro a testa  io personalmente avrei pagato la mia quota, se fossi stato un insegnante.

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Fitzgerald – Tenera è la notte

Ho preso il tascabile Newton narrativa.

E’ un bel libro, però in un certo senso pesante e scritto densamente.

All’inizio ho letto l’introduzione di W. Mauro e l’ho trovata troppo acida nei confronti dell’autore.

Però dopo avere letto tutto il romanzo penso anche io che lo scrittore sia stato troppo cattivo con il personaggio maschile, l’ha proprio distrutto alla fine, sotto tutti i punti di vista, amoroso, lavorativo ed anche fisico ed è quindi giusto (seppure l’autore sia morto) demolire un po’ anche lui.

Uno scrittore dovrebbe amare i suoi personaggi, almeno un pochino.

Comunque per certi aspetti devo dire che il libro è brutalmente istruttivo sotto il profilo dell’educazione sentimentale, fa pensare.

All’inizio la donna è fragile è malata, mentre alla fine i ruoli si invertono.

Tramontata è la luna…. Ma a me non ape, non miele… Poesia di Saffo

Poesia, che di sicuro tutti ricorderete per averla studiata nei giovanili e felici anni scolastici, che cita api e miele e quindi si addice ad essere postata su questo blog del vecchio amoleapi.

Tramontata è la luna

e le Pleiadi a mezzo della notte;

anche giovinezza già dilegua,

e ora nel mio letto resto sola.

Scuote l’anima mia Eros,

come vento sul monte

che irrompe entro le querce;

e scioglie le membra e le agita,

dolce amara indomabile belva.

Ma a me non ape, non miele;

e soffro e desidero.

Le api nelle Georgiche, una bella storia d’amore disperato, Orfeo ed Euridice

Dopo che le sue api morirono di malattia e di fame,  il pastore Aristeo, abbandonando la sua città, Tempe, intraprese un lungo viaggio.

Raggiunse addolorato la sorgente sacra del fiume e si disperò, rivolgendo parole alla madre, la Dea Cirene:

“madre Cirene, dal tuo Regno laggiù nelle profondità  delle acque di questa profondamente blu  sorgente,  perché il Fato mi è così nemico! Seppure io sia di stirpe divina! Allora finisci ciò che ha iniziato il Fato, sradica gli alberi fecondi di frutta lucida e succosa! Abbatti le stalle ricolme di grassi animali! Distruggi i raccolti già pronti per esser mietuti!  Abbatti le viti con la scure, così che nessuno possa più assaporare il mio vino dolce come il miele! ”.

Mossa da pietà e amore per il figlio, la Dea inviò le sue bellissime ancelle, dai fluenti, biondi e lisci capelli, che ricadevano sinuosamente sulle spalle ignude dalla pelle candida e liscia come i più succosi frutti dell’estate; le splendide e giovani ragazze aprirono le porte del suo regno per farvi accedere Aristeo e lo accompagnarono dalla Dea.

Il regno era bellissimo, ubertoso e ricco di acque.

La madre Cirene imbandì una mensa e compì un rito per interrogare il Fato.

Disse quindi all’amato figlio: “Per scoprire i motivi del tuo avverso Fato dovrai catturare con la forza l’indovino Proteo, nella sua grotta, non ti muovere dai tuoi propositi violenti per nessun motivo, Proteo non può essere convinto con le lusinghe ed è capace di trasformarsi in spaventevoli immagini.”

Aristeo quindi affrontò Proteo: lo catturò nella grotta, dove Proteo era solito dormire, l’indovino si trasformò in orribili belve ed anche nel puro fuoco.

Aristeo non cessò la sua azione violenta e lo incatenò, e poi chiese all’indovino, ormai placido ed arreso, il perché della sua sorte.

L’indovino disse che un giorno Aristeo aveva spaventato la sposa di Orfeo, Euridice; Fuggendo la splendida donna aveva poggiato il lungo e flessuoso piede vicino a un serpente velenoso che la morse, traditore, portandola alla morte; Orfeo disperato scese fino all’Averno, trovò l’amata, assieme a Lei era quasi uscito dalla caverna per riportarla alla luce del mondo di noi viventi, ma quando erano quasi fuori si voltò a guardare Lei che lo seguiva,  ed all’improvviso la ragazza divenne sempre più evanescente e sparì  richiamata dall’oscurità; disperato la vide essere traghettata di nuovo verso l’Averno; mai più sarebbe stato concesso l’accesso a Orfeo all’Averno dopo il tentato furto dell’amata; la disperazione di Orfeo fu senza fine, come quella di un usignolo i cui figli ancora senza piume sono stati uccisi nel nido da un crudele aratore; Orfeo non accettò nessuna proposta amorosa, dolendosi senza pace della perdita dell’amata, finché le donne dei Cironi, che lo avevano evocato e lo volevano come proprio, sdegnate del suo rifiuto lo fecero a pezzi e li sparsero per i campi e per i fiumi.  La testa mozzata di Orfeo, trascinata dalla corrente, poco prima di affondare per sempre, fino all’ultimo continuava a pronunciare questo lamento:  “Euridice! Euridice! O misero amore mio!, perduto per sempre”

Aristeo tornò dalla madre Dea, e  riferì le parole dell’indovino.

La madre disse che sicuramente le ninfe, che vivevano nel fiume dove affondò la testa di Orfeo, ferite al cuore dalle ultime disperate parole d’amore di costui, inviarono una vendicativa maledizione sulle api di Aristeo facendole morire tutte. L’unico modo di placarle era un sacrificio dei migliori animali del pastore, da compiersi nel bosco sacro.

Così fece Aristeo, durante la notte, e, al sorgere del sole, appena aperse gli occhi vide immensi sciami di api sorgere dalle viscere dei bovini sacrificati; gli sciami in gran numero si radunarono sugli alberi lì attorno, catturarle fu facile.

(per la storia mi sono preso qualche licenza poetica, se capitasse qualche ragazzuolo di scuola da queste parti, sconsiglio la copiatura per farne un compito a casa).